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ISWARA PRANIDHANA

 Un utile abbandono per lo yogi


            Nulla in questo mondo va assolutamente liscio,  questo è certamente vero anche per il sentiero yoga. Una delle più comuni difficoltà sorge quando si raggiunge un certo livello
di stasi o di crisi, un livello che spesso dura molto più che settimane o mesi, forse anni. Quando avviene ci meravigliamo di quello che ci succede. Talvolta appare assolutamente normale. Era solo un lungo periodo di assestamento e di preparazione per poi proseguire nuovamente. Ma spesso è causato dal fatto che noi stessi rifiutiamo di andare avanti.
            In che modo rifiutiamo di andare avanti? Noi praticanti sappiamo che vivere secondo lo spirito yoga significa liberarsi dell’ego. Noi siamo già quello che stiamo cercando, ma la nostra coscienza è piena di un senso di separazione che non ci concede di provare la beatitudine del nostro proprio vero sé, in cui non c’è separazione. Durante il cammino dimentichiamo questo. Pensiamo che la vita yoga sia solo fare le nostre pratiche. La nostra attenzione è centrata solo sulle pratiche, non
è indirizzata, come dovrebbe, verso

la consapevolezza del Controllore Supremo, che è il nostro obiettivo, né sull’ego che ne è l’ostacolo, il blocco.
Il Signore Krishna nel sesto capitolo della Bvagavad Gita, dice ad Arjuna che la chiave di svolta risiede nella pratica e nel distacco. Pratica della presenza del Divino, distacco dall’ego.
Ma dov’è che l’ego si nasconde? Si nasconde nel fatto che noi non vogliamo abbandonarlo. Questo è il motivo per cui Gurudev Swami Sivananda era solito dire che l’obbedienza è meglio della riverenza. Noi offriamo ogni tipo di riverenza al Guru o all’insegnante, facciamo ogni cosa che ci chiede, ma in effetti, non vogliamo dargli la nostra idea di noi stessi. Noi non gli diamo la nostra implicita obbedienza.
            Questo è il modo in cui ci poniamo. Affermiamo
di condividere i principi dello yoga, affermiamo l’intenzione di lasciare ogni interesse verso le cose futili e materiali come la fama,il potere e la ricchezza, ma non siamo disposti a rinunciare alla nostra identificazione con l’immagine. Pratichiamo per ricercare un riconoscimento della nostra bravura, ci impegniamo spasmodicamente a promuovere la nostra immagine con la speranza che ci porti fama e ricchezza , questo rivela che in realtà non vogliamo dare ogni cosa per il fine ultimo. Con l’uso della sola tecnica crediamo di riuscire a tenere il controllo finale sulla nostra vita. In ultima analisi il nostro atteggiamento è: “Se ciò non mi soddisfa, farò qualcosa d’altro. Andrò da qualche altra parte.”
            Questo atteggiamento,
per un praticante yoga, se è presente, deve essere identificato e riconosciuto perché il Signore Krishna dice che nessuno supera questo oceano del samsara, costellato di paure e sofferenza, a meno che  non si pratichi Iswara Pranidhana, ossia non prenda rifugio nel Controllore Supremo. Significa che noi smettiamo di dipendere dal falso ego, abbandoniamo l’ultima briciola di identificazione con il nostro ruolo e  prendiamo rifugio, ci abbandoniamo, questo e realizzare Iswara Pranidhana. Quando saremo capaci di fare questo con tutta sincerità, allora noi entriamo nel flusso attivo della pura Energia Cosmica.
            L’essenza cosmica non è qualcosa di statico, piuttosto è piena di vita e dinamismo. Quando entriamo in quella corrente, la nostra vita diventa di nuovo progressiva e continua a essere progressiva fino a quando non ci arrestiamo, perchè di nuovo interrompiamo il nostro stato di
Iswara pranidhana, l’abbandono al flusso della vita, cercando invece il suo controllo.

Abbandonarsi completamente al Controllore Supremo senza dubbio necessità grande coraggio, ma il sentiero yoga è fatto per i forti e i coraggiosi. Lo yoga si fonda su: Tapas-Svadhyaya -Iswara Pranidhana (Sforzo-Studio-Abbandono al Supremo Controllore) Y.S. II-1.I Saggi antichi e le scritture affermano che:”Non ci sono alternative”.

Buona pratica

Arjun

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