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CONOSCERE E AGIRE NELLO YOGA

 

CONOSCERE E AGIRE NELLO YOGA di felice Vernillo

(Tratto da: Yoga Shakti – Pranayama V.2)

Lo Yoga Vasistha, un testo di filosofia in antica lingua indiana, il sanscrito. Scritto fra il VI – VII secolo ed il XII secolo, descrive un dialogo fra il saggio Vasistha ed il giovane principe Rāma. Una sincera e perseverante pratica svilupperà una consapevolezza sempre più grande, in grado di sostenere il cammino con maggior vigore e convinzione nei propri mezzi.

Afferma: “Proprio come gli uccelli sono in grado di volare per mezzo di entrambe le loro ali, allo stesso modo l’azione e la conoscenza, insieme, conducono alla mèta suprema della liberazione dalle sofferenze”.

Così come affermano gli antichi saggi, il cammino yoga, per avere successo, deve fondare la pratica Shadana sulla chiara conoscenza dello scopo della tecnica usata senza mai perdere di vista la mèta a cui deve portare. Lo yoga è considerato un cammino basato su una pratica consapevole e su di essa occorre sviluppare l’intera disciplina.

Consapevolezza secondo lo yoga significa:

– Conoscere attraverso lo studio, il progetto o la mèta finale dello yoga

– Conoscere la giusta tecnica e la corretta modalità delle pratiche utilizzate

– Conoscere completamente i principi e la giusta attitudine che si deve avere

– Conoscere l’importanza di una guida e come poter scegliere un insegnante

– Conoscere le difficoltà che il cammino comporta, sapendo che vanno affrontate e non eluse.

Swami Sivananda afferma: “Una goccia di pratica vale più di un otre di teoria”. Questa affermazione vuole sottolineare che l’essenza della disciplina yoga è la pratica, con la quale si giunge a conoscere la realtà di se stessi. Per rendere vive le istruzioni impartite dai maestri, è fondamentale comprendere cosa praticare e come praticare, se si vuole rendere produttivo l’impegno. La difficoltà che tutto questo comporta, avvalora l’importanza della funzione dell’insegnante che avrà la funzione di guidare, consigliare e sostenere l’impegno dell’allievo. Patanjali (Y.S. II-47), uno dei maestri più autorevoli nel campo yoga, indica che una delle vie più importanti per realizzare un equilibrio nelle asana è il cosciente sforzo per rilassarsi. Sebbene possa sembrare paradossale, il cosciente sforzo per rilassarsi e lasciar andare è un requisito specifico della disciplina yoga, particolarmente difficile quando siamo stressati e ansiosi, poiché è esattamente in quei momenti che spesso ci aggrappiamo più tenacemente a ciò che dovremmo invece lasciare.

Patanjali descrive due pilastri su cui erigere la propria sadhana: avanzare e lasciare andare, chiamati: abhyasa e vairagya. Nel cap. I – V.12, egli afferma che queste due pratiche sono essenziali per il contenimento della mente. Egli prosegue dicendo che abhyasa (esercizio costante) richiede perseveranza. Essa deve essere coltivata per lungo tempo (Y:S I. – 13, 14). Con il distacco dai condizionamenti psico-fisici (vairagya), egli prosegue, sopraggiunge l’appagamento, avremo così più sete di esperienze, saremo in grado di lasciar andare ogni attaccamento verso il superfluo. Con il cambiamento evolviamo, ci sviluppiamo in modo diverso. Ciò che prima ci attraeva potrebbe non attrarci più, ciò che prima annoiava potrebbe ora entusiasmare. Comunemente l’invecchiamento porta ad attaccarsi di più al passato, a come erano le cose, pervasi dal sentimento di nostalgia, si soffre per la resistenza che opponiamo per tutto ciò che muta. Lo sforzo di rimanere aperti, ottimisti, senza illusioni ma fiduciosi, è certamente una delle sfide della vita, richiede appunto perseverante esercizio unito al lasciare andare. Il concetto essenziale di esercizio continuo non deve essere frainteso o confuso in quanto, a volte, viene usato con un significato più ampio. Qui è riferito alla disciplina yoga, ovvero all’insieme di tutte quelle pratiche che vengono eseguite con regolarità e concentrazione, con lo scopo di ottenere la liberazione dalle afflizioni dell’esistenza. L’impegno può essere individuale o di gruppo. La disciplina di un individuo o di un gruppo può comprendere svariati tipi di pratiche, tutte accomunate dalla loro puntuale esecuzione in tempi regolari. Esistono tanti tipi di sadhana; la scelta viene fatta in base a ciò che l’individuo sente più vicino alla propria sensibilità e al proprio temperamento, e da cui sente di ricevere il massimo. L’obiettivo finale di qualunque sadhana rimane quello di conseguire la realizzazione della propria essenza di natura divina, tuttavia, determinate pratiche possono essere intraprese con lo scopo di raggiungere obiettivi minori ben precisi, come lo sviluppare qualità che si ritengono necessari alla propria evoluzione, oppure sconfiggere una o più tendenze interiori non positive (ad es. l’irascibilità), che rende più complicata l’esistenza. Sadhana non significa solo pratica, essa indica una serie di discipline che hanno come scopo quello di renderci capaci di trascendere il negativo e di farci vedere l’aspetto positivo in ogni cosa. Solo attraverso una consapevole e ininterrotta sadhana si possono distruggere le negatività passate (karma), correggere i propri difetti o errori, calmare la mente e purificare la propria coscienza dagli impulsi e dai bisogni sfrenati portatori di afflizioni, grazie ad essa apparirà la luce della sapienza.

L’essenza di ogni sadhana è il cambiamento, la trasformazione. È un cammino che ci porta da una condizione psico-fisica ad un’altra, ovvero un cammino di mutamento inerente non solo al corpo, ma anche ai pensieri, alle parole e alle azioni, in grado di risvegliare la consapevolezza di se stessi, del mondo e del rapporto tra se stessi e il creato. Nello yoga dobbiamo sapere che la spiritualità è altra cosa dalla religiosità, in quanto è ricercare la liberazione di quell’essenza divina comune a ogni essere umano, non soggetta a qualsiasi tipo di condizionamento culturale, etnico, politico o religioso. Da qui la parola yoga intesa come unione, un’unione tra gli esseri viventi e l’energia cosmica di natura divina, da cui ogni cosa ha origine, di cui siamo parte integrante senza distinzione alcuna. Swami Sivananda così parla in merito: “Lo scopo dell’esistenza è la realizzazione dell’essenza divina nell’uomo, la scienza dello yoga ti rivela la via”. E prosegue: “La sadhana brucia il velo dell’ignoranza per poi rivelare il sé in tutta la sua gloria”.
Come abbiamo già spiegato e proposto nel primo volume, la sadhana di un praticante yoga libero e indipendente è costituita da Hatha-Yoga e Raja-Yoga. Patanjali Cap.II v.21 «Le regole morali (yama), le osservanze (niyama), le posizioni (āsana), il controllo del respiro (prāṇāyāma), il ritirare i sensi verso la loro origine (pratyāhāra), la concentrazione (dhāraṇā), la meditazione (dhyāna), e l’assorbimento della coscienza nel sé (samādhi) sono gli otto elementi che costituiscono il cammino yoga».

Sulla base di ciò che stiamo facendo, bisogna porsi la domanda: a cosa aspiro? Cosa sto cercando? Questa dovrebbe essere la domanda che ogni serio praticante yoga deve porsi, per far chiarezza dentro se stesso, la chiarezza deve precedere ogni pensiero prima di ogni altra cosa. Se lo scopo non è chiaro, ogni strumento adatto per il raggiungimento del fine cadrà nel nulla, come una struttura costruita su deboli fondamenta. Questo passaggio, all’interno della propria esperienza yoga, è un passaggio cruciale verso quel processo di evoluzione interiore che rappresenta il vero e unico traguardo da raggiungere.

Il livello di evoluzione relativo alla sfera emotiva, richiesto insieme a quello relativo alla dimensione prettamente fisica, è definito come il livello “dell’interazione”, dove per interazione si intende reciproco scambio con il mondo, ovvero il confronto tra io e l’altro. Sostanzialmente si tratta di un rapporto caratterizzato dallo scambio dentro/fuori, dove le porte di passaggio sono i sensi (vista, udito, tatto, gusto, olfatto) che permettono poi di elaborare messaggi e rispondere attraverso pensieri, parole o azioni. L’area fisica in cui tutto questo processo si compie è l’area toracica, essa governa la relazione dell’io con l’altro ed è proprio la funzione respiratoria che esprime concretamente questa relazione interno/esterno. Il torace rappresenta un confine, il livello dello scambio dentro/fuori con il mondo, è la sede dove viviamo e depositiamo il nostro vissuto, dove risiedono i nostri sentimenti e le emozioni.
Per espletare correttamente questa funzione di interscambio, tutta la struttura muscolo/scheletrica del torace deve risultare efficiente ed equilibrata, altrimenti costituirà un ostacolo al naturale ruolo a cui continuamente è chiamata, di cui l’inspirazione e l’espirazione sono la sua espressione fisiologica. Fisiologicamente la respirazione fa del processo ossigeno-anidrite carbonica la sua caratteristica essenziale, quindi essa è per forza di cose legata al processo di scambio svolto dagli organi di senso. Questo rivela la relazione inscindibile tra respiro ed emozioni, ovvero lo stato emotivo condiziona la funzione respiratoria. Prova ne è il fatto che, ogni qual volta, per esempio, manifestiamo paura il respiro si ferma, oppure, quando siamo tesi la respirazione diventa breve e frequente. Potremmo continuare con migliaia di esempi per dimostrare questo inequivocabile legame tra emozioni e respiro. Ma se è vero che la respirazione è condizionata dal tipo di emozione provata, è altrettanto vero che il respiro è, a sua volta, in grado di condizionare lo stato emotivo.

La possibilità di controllare le emozioni attraverso la respirazione deriva dal fatto che la funzione respiratoria, a differenza delle altre, è l’unica a poter essere modificata volontariamente, quindi, la relazione: emozione-respiro è una relazione bi-direzionale, ovvero una respirazione veloce e frequente produce eccitazione e tensione emotiva, mentre una respirazione lenta e profonda produce decontrazione muscolare, rilassamento mentale e quindi anche contenimento emotivo. Tutto questo ci porta a considerare il torace non solo come fondamentale struttura muscolo-scheletrica, in quanto preposta alla funzione di protezione di organi vitali come il cuore e i polmoni ma, grazie alla funzione respiratoria in essa e da essa svolta, un’area indispensabile per l’equilibrio psico-fisico necessario al processo di integrazione ed evoluzione individuale.

In questo contesto si colloca la pratica della respirazione yoga, il Pranayama appunto, proprio per integrare e sviluppare il lavoro iniziato con le asana. Senza questa componente ogni pratica fondata solo sull’aspetto muscolo-scheletrico, per quanto ben fatto risulterà incompleto, mancando quella che in yoga chiamiamo consapevolezza dei propri stati emozionali e mentali, in mancanza della quale non sarà possibile cambiare azioni e comportamenti viziati e affliggenti.

OM SHANTI

 

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